lunedì 28 dicembre 2009

Altai di Wu Ming

Gli ebrei installitisi lungo le rive del Mediterraneo a Venezia, Cipro, Salonicco, Costantinopoli a partire dal 1492, dopo la cacciata da Granada su ordine di Isabella la Cattolica sono i protagonisti dello splendido romanzo di Wu Ming, Altai. E con loro, turchi, arabi, veneziani, bulgari, greci, dalmati, genovesi, spagnoli, portoghesi e schiavi e donne e marinai e dervisci e curatori e medici, spie, intellettuali e soldati.
Altai è un viaggio nel tempo che ha l'odore delle spezie che i veneziani facevano arrivare da oriente, il sapore dei piatti bipartisan che nascono da quello straordinario mix di culture e religioni che fu il Mediterraneo del XVI secolo, la puzza delle sentine delle galeazze, il rumore delle spade dei Giannizzeri e il suono della babele di lingue che si incrociavano nei porti del Mare Nostrum. Città che si parlavano, da una riva all'altra, incrociando saperi, scambiando libri proibiti, e scoperte e merci e donne e uomini, nella lingua franca dei marinai, nel didjo/giudesmo spagnoleggiante di ebrei e marrani, nell'arabo degli schiavi e dei moriscos,  nel veneziano parlato in quella Dubrovnik che allora si chiamava  Ragusa o nel grecano delle coste pugliesi.
Bastano i nomi e le lingue che costellano questo quinto romanzo dei Wu Ming, ideale continuazione del Q di Luther Blisset, a trasportare il lettore in un mondo lontano e nello stesso tempo vicino.
Il romanzo è costruito attorno all'idea impossibile e visionaria di Yossef Nasi, ricco ebreo insediatosi a Costantinopoli, di accaparrarsi Cipro per dare agli ebrei una terra rifugio dove vivere, commerciare, coltivare in pace gli ulivi e la tolleranza. Una nazione ebraica, asilo di libertà per tutti i perseguitati della terra, società di uguali e grande biblioteca del sapere capace di raccogliere tutti i libri invisi ai despoti.
La visione di Yossef Nasi, che ricorda il sionismo delle origini così come era stato teorizzato da Theodore Herzl, e si ispira al libero popolo di Munster, incontra gli ostacoli dettati dagli equilibri e dalle sottili alleanze che descrive bene Braudel nella sua opera più famosa.
Il romanzo esplode con l'incendio dell'Arsenale di Venezia e si conclude con due grandi avvenimenti storici: l'assedio dei turchi a Famagosta finito con la presa della città e il massacro dei suoi abitanti e quella battaglia di Lepanto, che, pur vinta dai veneziani, segnerà la fine dello splendore della Serenissima.
I personaggi, che in parte, sotto altre spoglie, ci giungono direttamente dalle cupe atmosfere di Q, sono carne viva e pensieri e parole che ce li rendono vicini nella lontananza di un'epoca di cui ancora oggi le rive del Mediterraneo hanno memoria.



giovedì 24 dicembre 2009

Un natale buono...

Stavo per scrivere gli auguri di Natale, di buon Natale, dunque, e mi sono chiesta cosa possa essere oggi un Natale buono.
La parola "buono" ha assunto, mi sembra, un connotato negativo.
Definire "buona", una persona, è quasi dargli dello scemo. O, quantomeno, risulta fastidiosamente riduttivo. Il "buonismo", in politica, è poi un comportamento indubbiamente stigmatizzato.
Cosa significa "essere buoni" oggi?
Mentre me lo chiedo mi vengono in mente immagini tratte da libri per bambini. La piccola fiammiferaia, il libro "Cuore", qualche racconto di Natale di Dickens.
La bontà o imbarazza o viene assimilata a comportamenti caritativi ottocenteschi.
Perché la bontà è passata di moda? Perché non è più un "valore"?
Se mi guardo attorno, per esempio, mi sembra evidente che la qualità di "essere buoni", non è cosa che risulterebbe utile se introdotta in un Curriculum Vitae. Le imprese non assumerebbero mai un dirigente "buono". Anzi, la sua eventuale "bontà" sarebbe probabilmente d'ostacolo alle esigenze dell'impresa. Un romanzo che contenesse della "bontà" finirebbe al macero, e la "bontà" non trova posto nelle parole delle canzoni, non più di quello che trova nei feuilleton televisivi, dove il "personaggio buono" viene calpestato nella lotta darwiniana per l'esistenza.
Un comportamento "buono", genera sospetto, quasi altro non sia che maquillage, maschera utilizzata per ottenere un vantaggio personale. Partire verso luoghi lontani ad esercitare pietà e generosità verso i deboli, lavoro un tempo dei missionari, oggi dei french doctors e assimilati,  è spesso visto come una fuga dal qui ed ora, o un tentativo di risolvere problemi psicologici individuali. Quando addirittura non è considerato un "job" come un altro, vantaggioso in termini di esotismo, spaesamento e capitale personale da spendere al ritorno a casa. I personaggi, unanimemente considerati "buoni" fino a qualche anno fa, sono oggetto di un revisionismo critico come, per esempio, è accaduto a Madre Teresa di Calcutta, dipinta da alcuni testimoni come una pazza crudele e autoritaria.
In una società autoritaria, spasmodicamente individualista, oppressa dal mito del "vincente", la "bontà" non ha luogo.
Il Natale "buono" che vorrei augurare, soprattutto a me stessa, mi risulta vuoto. Non gli so dare colore, odore, suono, parola.
E questa sensazione mi apre un baratro sotto i piedi.
A tal punto che non mi riesce proprio di augurare "buon" natale. A nessuno, neanche a me stessa.

martedì 22 dicembre 2009

Io e loro...



Questa è una delle foto che amo di più. Mentre la scattavo, dall'alto di una collina, mi chiedevo se tra me e chi abitava nella casa in mezzo al mare verde delle risaie di Yuangyang ci potesse essere qualcosa. Qualcosa che ci univa.
Mi chiedevo se chi viveva nella casina vedeva la stessa cosa che vedevo io : bellezza, bellezza assoluta, bellezza della terra, terra quadro, terra arte, madre terra...

domenica 20 dicembre 2009

I carnefici volontari di Brescia e dintorni...


In francese si dice écoeuré. Una parola che ha a che fare col cuore. Per dire che si è "nauseati" si usa anche "j'ai mal au coeur", letteralmente "ho male al cuore".
Moi, alors, j'ai mal au coeur.
Perché, la nausea che mi ha preso da giovedì sera, ha a che fare anche col cuore. Ma non solo.
Giovedì sera ho assistito a un reportage alla televisione italiana.
Girato durante una seduta del consiglio comunale di un paesino nei dintorni di Brescia, di cui non ho annotato il nome. Seguito dalle interviste fatte ad alcuni giovani in una discoteca, credo dalle stesse parti.
Da allora ho "male al cuore".
Al consiglio comunale viene votata una disposizione, (quattro i voti contrari) con la quale sindaco e assessori si impegnano genericamente a non varare nessuna norma che possa in qualche modo venire incontro alle richieste della comunità mussulmana che vive e lavora in quel comune.
In discoteca, i ragazzi, vanno ancora più lontano. Farfugliano al microfono, intercalando il dialetto all'italiano, frasi sinistre genere: "che i mussulmani se ne stiano a casa loro", "qua siamo a casa nostra" per finire, dulcis in fundo, con un "arabi e ebrei, bastardi, fuori dall'Italia".
Premetto che non è stata affatto l'ultima frase a farmi pensare alle famigerate leggi di Norimberga. Ci ero arrivata ben prima.
Ne I volonterosi carnefici di Hitler, controverso libro di Goldhagen, l'autore sostiene la tesi che i tedeschi ordinari, non solo erano al corrente dei pogrom nei confronti degli ebrei, ma addirittura li sostenevano, in nome del virulento antisemitismo che li abitava. Goldhagen, nel 1996, in un'intervista al New York Times, aveva spiegato che la sua ricerca partiva dalla questione seguente: gli storici dell'olocausto si erano sempre chiesti perché mai in Germania e in altri paese fossero stati dati determinati ordini, ma non si erano mai chiesti perché mai tali ordini venissero eseguiti o passassero impunemente a prescindere dalle norme vigenti.
Esattamente quello che mi chiedo oggi.
Com'è possibile che il prefetto di Brescia non prenda dei provvedimenti per annullare tali decisioni del Consiglio Comunale di Brescia, visto il loro palese contrasto con le leggi della Repubblica? Com'è possibile che si permetta lo svolgersi di riunioni pubbliche che, per la loro stessa natura, costituiscono un'apologia all'odio razziale?
Per non parlare della questione più profonda, che è alle base di comportamenti del genere: com'è possibile che una parte degli italiani sia caduta così in basso? Com'è possibile che dei ragazzi, dei giovani, possano nutrire dei sentimenti di odio così profondo nei confronti di gente che lavora nelle fabbriche di questo paese, arricchendo la comunità, non solo della loro diversità ma anche con la fatica delle loro schiene e coi calli delle loro mani? Com'è possibile che la cosa passi senza che la gente "normale" dica "basta!", "queste cose sono già accadute in passato!", "storie del genere non possono più avvenire in Europa!"?
E alla nausea si aggiunge la paura.
Una paura "déjà vu", una paura razionale, il terrore che loro - arabi, ebrei, neri, gialli o a strisce - mi vedano per quello che non sono, mi considerino, magrado me, parte di questa storia infame, solo perché non ho la stessa pelle che hanno loro, non mangio le stesse cose e non prego lo stesso dio.
L'Italia mi fa paura.
Mi fa paura perché scivola sempre di più nella barbarie.
Mi fanno paura i giovani razzisti che fanno capannello agli angoli delle nostre strade.
Mi fanno paura i prefetti che non vedono, non sentono, non dicono come le tre scimmiette.
Mi fanno paura gli sguardi che i vicini lanciano a chi non è come loro.
Le frasi pronunciate a bassa voce, e non più tanto bassa.
Gli eufemismi, le barzellette oscene, i nomignoli, i soprannomi.
Tutto l'armamentario che rende colui che se ne serve "carnefice volontario".
Nel senso chiaro che Goldhagen ha dato ai tedeschi che abitavano nei dintorni di Auschwitz e che hanno giurato e spergiurato di non essersi mai accorti di nulla.

giovedì 17 dicembre 2009

Ciapum de qua, ciapum de là...

Ciapum de qua, ciapum de là, ti ciape mi! Ciapa el tram per San Vitur! Su da doss!

mercoledì 16 dicembre 2009

Io detesto.

"Non odio forse quelli che ti odiano, o Eterno, e non detesto quelli che si levano contro di te?
Io li odio di un odio perfetto, essi son divenuti miei nemici."

Questo dice il Salmista nel Genesi.

A parte un predicatore che legga i Salmi, oggi, in Italia, l'odio è bandito. Finito. Out. Kaputt.
È inelegante.
È eccessivo.
Ed è forse intercettato dalla polizia postale che lo mette tra le parole sentinella.
Si può odiare impunemente, oggi, in Italia?
Non ne sono sicura.
Allora uso la parola "detesto". Più elegante, meno connotata, nonostante il Pittano me la dia come sinonimo.

Io detesto.

Detesto il film "La lezione di piano".
Detesto le canzoni che canta la Carla Bruni e come le canta.
Detesto le olive.
Detesto Sgarbi.
Detesto il mio dirimpettaio e la di lui moglie.
Detesto i tirchi. Tutti.
Detesto Berlusconi.
Detesto l'odore dell'incenso.
Detesto Rutelli.
Detesto Zidane quando fa la vittima.
Detesto prendere l'aereo.
Detesto svegliarmi presto la mattina.
Detesto Bruno Vespa.
Detesto Mel Gibson.
Detesto i romanzi di Baricco. Tutti.
Detesto anche Va dove ti porta il cuore della Susanna Tamaro.
Detesto giocare per finta perché il gioco è una cosa seria.
Detesto andare in barca a vela che non so mai dove mettermi.
Detesto non avere l'accendino. Il che capita spesso.
Detesto la Lega e lo spirito dei leghisti, soprattutto quando sono veneti.
Detesto programmare con troppo anticipo qualsiasi cosa.
Detesto Wagner che mi fa venire l'orticaria.
Detesto l'impiegata dell'Ufficio postale del mio paese, ma mi detesta anche lei.
Detesto gli acronimi. Specie quando non li conosco.
Detesto andare in giro a guardare le vetrine.
Detesto chi è sempre amorevolmente d'accordo con me.
Detesto l'ordine delle cose.
Detesto Calderoli. E Castelli.
Detesto Rachida Dati.
Ho detestato George W. Bush. Ora meno, perché è fuori gioco.
Detesto chi usa l'antisionismo come eufemismo.
Detesto chi russa.
Detesto le farfalle.
Detesto chi non sopporta che i cani, quelli piccoli, salgano sul divano.
Detesto chi va in vacanza alle Maldive (salvo se ha avuto la sfiga di vincere un viaggio da quelle parti là).
Detesto i buoni sentimenti e il buonismo in generale.
Detesto Veltroni, dunque.
Detesto l'Alessandra Mussolini e il suo fare da pescivendola.
Detesto la moquette.
Detesto chi vuole imporre un modo di vita.
Detesto i crocifissi nei tribunali e nelle scuole.
Detesto l'odore del vino. E il vino, visto che sono astemia.
Detesto le scarpe col tacco.
Detesto chi ama le automobili.
Detesto Gianni e Enrico Letta.
Detesto dover valutare una situazione.
Detesto chi dice che Bob Dylan non sa cantare.
Detesto Cent'anni di solitudine.
Detesto Belpietro e Belpiero.
Detesto i razzisti.
Detesto anche chi crede ancora che esistono le razze.
Detesto chi detesta l'America per principio.
Detesto quella sinistra che inneggia a Ahamadinedjad
Detesto i veli che nascondono il corpo delle donne.
Detesto i passeggeri dei treni che condannano gli scioperi dei ferrovieri.
Detesto Oriana Fallaci. Anche se da giovane, lei mi piaceva.
Detesto il tedesco. La lingua.
Detesto le fotografie di Helmut Newton.
Detesto la Primavera di Vivaldi.
Detesto Umberto Eco quando fa il giggione alla Tv che proprio non ce n'è bisogno.

Detesto tante altre cose ma ora ho sonno e detesto stare sveglia quando ho sonno.

Dunque, concludo.
Rivendico il diritto di detestare quanto mi pare, chi mi pare, quello che mi pare, come mi pare.
Detestare, mi fa stare bene.
E detesto bene. Fino in fondo. Proprio di brutto.


martedì 15 dicembre 2009

Voglio riportare qui di seguito questa bellissima versione di un pezzo di Gaber "riscritta" dall'amico blogger Lupo Selvatico, che ritroverete anche nel suo blog, cioè qui.... Sulla questione, Lupo ha scritto altri due post, altrettanto interessanti....Lo ringrazio di avermi dato il permesso di riprodurla....

Io se fossi Dio

Io se fossi Dio
prenderei a schiaffi Massimo Tartaglia
(e gli schiaffi di Dio, si sa,
appiccicano al muro tutti)
perchè io non ho creato i matti
per far piacere ai cattivi
li ho fatti per liberarli dall'assurdità del quotidiano
e non per nascondere col sangue
la natura violenta del caimano.

Io se fossi Dio
mi incazzerei con lui oltre il dovuto
perchè con quel gesto folle e rozzo
permette ai servi viscidi e schifosi
di proclamarsi vittime,
al posto dei botoli rognosi che eran ieri
che insultano, ringhiando e con la bava,
il senso dello Stato e chi lo ama.

Io se fossi Dio
gli urlerei cretino, deficiente
perchè di nuovo, un'altra volta,
ci rendi più difficile vedere dietro al niente
la vera violenza contro l'uomo,
di chi odia davvero le persone,
le loro vite, i loro affetti
e con le leggi e con il suo potere
offende la giustizia,
distrugge la speranza.

(Perdonami, Gaber.)